Appena il tempo di salutare la grande mostra Hokusai. Il grande maestro dell’arte giapponese, chiusa il 30 giugno con numeri da record (180.000 visitatori, in soli 3 mesi, hanno affollato le sale di Palazzo Bonaparte), che i riflettori sono subito puntati sul nuovo grande evento espositivo organizzato da Arthemisia nello storico storico palazzo capitolino. Presentata, infatti, in anteprima a Palazzo Firenze, dalla presidente di Arthemisia, Iole Siena, dalla Storica dell’Arte, Francesca Villanti, e dalla curatrice della mostra e conservatrice presso il Centre Pompidou, Angela Lampe, la mostra dedicata a Vassily Kandinsky che dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027 porterà a Palazzo Bonaparte oltre 70 opere provenienti dal Centre Pompidou di Parigi.
L’esposizione ripercorre l’intera vicenda umana e artistica del padre dell’astrattismo, offrendo al pubblico italiano un’occasione rara per riscoprire il percorso che ha rivoluzionato il linguaggio della pittura del Novecento.
L’arrivo a Roma di questo straordinario nucleo di opere assume un valore ancora più significativo perché coincide con la chiusura per restauri del Centre Pompidou, che custodisce la più ricca collezione al mondo dedicata a Kandinsky grazie al lascito della moglie Nina. Una circostanza eccezionale che permette alla Capitale di ospitare capolavori difficilmente concessi in prestito e di proporsi come punto di riferimento internazionale per la riscoperta dell’artista.
La mostra accompagna il visitatore lungo tutte le tappe della sua evoluzione creativa, restituendo il ritratto di una personalità che ha profondamente influenzato la storia dell’arte moderna. Nato a Mosca nel 1866, Kandinsky sembrava destinato a una brillante carriera accademica: laureato in Giurisprudenza ed Economia politica, insegnava all’Università di Mosca quando, poco più che trentenne, prese una decisione destinata a cambiare la sua vita e quella dell’arte del Novecento, abbandonando il diritto per dedicarsi interamente alla pittura.
Due esperienze segnano in maniera decisiva la sua ricerca. Da un lato l’incontro con i Covoni di Claude Monet, che gli rivelano come il colore possa emanciparsi dalla rappresentazione del reale; dall’altro l’ascolto del Lohengrin di Richard Wagner, che gli suggerisce una corrispondenza profonda tra musica e pittura. Da queste intuizioni nascerà l’idea di un’arte capace di parlare direttamente alla dimensione interiore dello spettatore, attraverso forme, linee e colori liberi da ogni vincolo figurativo.
Il percorso espositivo, articolato in cinque sezioni, segue questa trasformazione dalle prime opere figurative agli anni di Monaco di Baviera, dove Kandinsky entra in contatto con le avanguardie europee. Ampio spazio è dedicato all’esperienza del Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro), il gruppo fondato nel 1911 insieme a Franz Marc, destinato a diventare uno dei laboratori più innovativi dell’Espressionismo europeo. Sono gli anni nei quali il colore conquista definitivamente la propria autonomia e la pittura si avvicina all’astrazione, dando origine a un linguaggio destinato a influenzare generazioni di artisti.
Tra le opere simbolo della mostra spicca Gelb-Rot-Blau (Giallo-Rosso-Blu, 1925), considerata una delle sintesi più alte della poetica kandinskiana, nella quale geometria e colore costruiscono una composizione governata da equilibri che ricordano quelli di una partitura musicale. Accanto ai dipinti trovano spazio fotografie, documenti, oggetti personali e materiali provenienti dalla Bibliothèque Kandinsky, che consentono di entrare anche nella dimensione privata dell’artista e di comprenderne il pensiero teorico.
Uno degli elementi di maggiore interesse dell’esposizione è il ruolo riservato a Gabriele Münter, protagonista dell’Espressionismo tedesco e compagna di Kandinsky per oltre un decennio. Per la prima volta una mostra italiana dedicata al maestro russo presenta un nucleo significativo di opere dell’artista, contribuendo a restituirle il posto che merita nella storia delle avanguardie. Il dialogo tra i loro dipinti racconta una stagione di intensa sperimentazione, nella quale vicenda sentimentale e ricerca artistica procedono fianco a fianco, alimentandosi reciprocamente.
L’esposizione dedica attenzione anche alla figura di Nina Kandinsky, seconda moglie dell’artista e custode instancabile della sua eredità. Fu infatti il suo generoso lascito al Centre Pompidou a consentire la conservazione del più importante patrimonio kandinskiano esistente, rendendo possibile oggi una mostra di questa portata.
Il racconto prosegue attraverso gli anni della Russia rivoluzionaria, il fondamentale insegnamento al Bauhaus e il trasferimento a Parigi dopo la chiusura della celebre scuola da parte del regime nazista nel 1933. È in queste diverse stagioni creative che Kandinsky continua a perfezionare la propria ricerca sul rapporto tra forma, colore e spazio, lasciando un’eredità che influenzerà profondamente l’arte del secondo Novecento.
A completare il percorso, una sala immersiva permetterà ai visitatori di entrare nelle geometrie e nelle armonie cromatiche dell’artista, offrendo un’esperienza multisensoriale ispirata alle sue teorie sul dialogo tra arti visive e musica. Un approfondimento che non rappresenta un semplice espediente spettacolare, ma una chiave di lettura coerente con il pensiero di Kandinsky, convinto che il colore possedesse la stessa capacità evocativa del suono.
Più che una retrospettiva, quella di Palazzo Bonaparte si presenta come il racconto della nascita di una rivoluzione artistica. Attraverso oltre settanta opere, il pubblico potrà seguire il momento in cui la pittura smette di descrivere il mondo visibile per esplorare quello interiore, dando vita a un linguaggio che, a più di un secolo dalla sua nascita, continua a esercitare un’influenza decisiva sull’arte contemporanea.
