Nel cuore di Roma, tra le architetture seicentesche di Palazzo Odescalchi in Via dei Santi Apostoli, il cinema torna a farsi esperienza condivisa. A giugno aprirà FCE Majestic, un nuovo cinema dedicato alla settima arte che unisce alta tecnologia, ospitalità di pregio e programmazione curatoriale con l’ambizione di riportare la sala al centro della vita culturale della città.
Il progetto si presenta come una delle operazioni più significative degli ultimi anni nel panorama dell’esercizio cinematografico italiano: non solo l’apertura di un cinema attraverso un investimento interamente privato, ma la proposta di un nuovo modello di sala pensato “da chi il cinema lo fa, per chi il cinema lo ama”.
A sviluppare il concept è BO Corp S.r.l., società che gestisce il marchio FCE sul territorio di Roma e del Lazio, all’interno della visione più ampia di First Class Entertainment, realtà nata con l’obiettivo di portare in Italia sale cinematografiche di nuova generazione, fondate su qualità tecnica, identità riconoscibile e servizi evoluti.
Dietro il progetto ci sono Richard Borg, figura storica della distribuzione cinematografica italiana, e Marco Belardi, produttore di oltre sessanta film e tra i nomi più influenti del cinema contemporaneo italiano, insieme ai soci fondatori Luigi Borg e Francesco Bove. Ed è proprio questa matrice profondamente interna all’industria cinematografica a definire l’identità del Majestic: un luogo ideato da chi il cinema lo vive quotidianamente.
«Abbiamo voluto immaginare un luogo capace di dare al pubblico una ragione in più per uscire di casa e tornare al cinema», ha sottolineato Richard Borg nel corso della conferenza stampa di presentazione del progetto. «Non solo per vedere un film, ma per vivere un’esperienza diversa, fatta di qualità, accoglienza e servizi che oggi nelle sale tradizionali spesso non si trovano.».
La scelta di Palazzo Odescalchi non è soltanto estetica o simbolica. Le scuderie che oggi ospitano il Majestic hanno attraversato un secolo di storia culturale romana. Negli anni Venti furono sede del Teatro d’Arte diretto da Luigi Pirandello, uno dei laboratori più significativi della scena teatrale italiana del Novecento. Nel dopoguerra lo spazio venne trasformato in cinema, mantenendo viva la propria vocazione allo spettacolo.
In una città che negli ultimi anni ha assistito alla progressiva scomparsa di molte sale storiche, la riapertura di questo spazio assume inevitabilmente anche un valore politico e culturale. Non nostalgia, ma reinterpretazione del ruolo della sala nel presente.
«Per noi riaprire uno spazio storico dello spettacolo nel centro di Roma ha un significato che va oltre il singolo progetto imprenditoriale», ha aggiunto Richard Borg. «Vuol dire restituire alla città un luogo che appartiene alla sua storia culturale e dimostrare, con i fatti, che il cinema può ancora essere un presidio vivo, contemporaneo e desiderabile».
Il progetto architettonico, firmato da Claudia Addati dello studio Archs Architettura, lavora sul dialogo continuo tra conservazione e innovazione. Gli elementi storici convivono con tecnologie di ultima generazione e materiali contemporanei, senza mai perdere il senso dell’identità originaria del luogo.
Il Majestic sceglie deliberatamente la dimensione raccolta. Le due sale concepite come ambienti boutique ad alta performance — da 33 e 47 posti — rinunciano alla logica della quantità per concentrarsi sull’intensità dell’esperienza.
La componente tecnologica è centrale: proiezione 4K Laser RGB, audio Dolby Atmos con 34 altoparlanti per sala, illuminazione individuale, Wi-Fi e copertura 5G. Ma il vero elemento distintivo è forse il modo in cui il comfort viene integrato nell’esperienza cinematografica. Le poltrone recliner personalizzate, realizzate da Cinearredo, trasformano la permanenza in sala in qualcosa di più vicino all’ospitalità che al semplice consumo culturale.
«Non volevo creare semplicemente un cinema bello o lussuoso», ha spiegato Marco Belardi. «Volevo creare una vera esperienza cinematografica contemporanea, elegante, immersiva e profondamente legata al mondo del cinema. Per questo il Majestic unisce qualità assoluta della visione, comfort, ospitalità e una dimensione relazionale che oggi è altrettanto importante»».
Accanto alle sale, la lounge diventa parte integrante del progetto narrativo del luogo. Cocktail bar, vini, signature drink, aperitivi e light dinner accompagnano il prima e il dopo proiezione, trasformando il cinema in uno spazio da abitare, non soltanto da attraversare. L’atmosfera è sofisticata ma non esclusiva, in equilibrio tra eleganza e informalità.
Anche sul piano della programmazione, il Majestic prova a superare il modello tradizionale dell’esercizio cinematografico. Accanto alle nuove uscite troveranno spazio anteprime, incontri, rassegne tematiche e contenuti speciali.
L’elemento più innovativo è però la dimensione on demand. Attraverso un’app dedicata, gli spettatori potranno richiedere proiezioni private oppure attivare la programmazione di titoli usciti negli ultimi tre anni, selezionandoli direttamente da catalogo. Un sistema che ridisegna il rapporto tra pubblico e sala, rendendo la fruizione più flessibile e partecipativa.
A questo si aggiunge la collaborazione con Nexo Digital, che porterà al Majestic concerti, opere, mostre ed eventi live, ampliando ulteriormente il concetto stesso di programmazione cinematografica.
Ma la vera ambizione del progetto sembra essere un’altra: ricostruire attorno al cinema una comunità culturale. Fare della sala un luogo di conversazione, scambio e relazione tra spettatori e professionisti del settore.
Belardi immagina il Majestic come una “casa viva del cinema italiano contemporaneo”, uno spazio in cui registi, attori, sceneggiatori, musicisti e pubblico possano incontrarsi fuori dalle dinamiche promozionali tradizionali, riportando il cinema a una dimensione più umana e condivisa.
In un momento in cui il dibattito sulla crisi delle sale sembra spesso oscillare tra nostalgia e rassegnazione, il Majestic sceglie invece la strada dell’investimento e della trasformazione. Non difendere il passato, ma immaginare un nuovo futuro possibile per l’esperienza collettiva del cinema.
