Keith Haring, l’arte per tutti: a Palazzo Braschi la grande mostra con oltre 140 opere

di Angelo Costanzo

Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027 il Museo di Roma ospita una grande mostra dedicata a Keith Haring. Dai Subway Drawings ai pannelli della FDR Drive, dai manifesti politici alle opere degli ultimi anni, il percorso ricostruisce l’universo dell’artista americano e il suo rapporto speciale con l’Italia e con Roma.

A più di quarant’anni dal murale realizzato sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni, purtroppo incautamente cancellato nel tempo, Keith Haring torna idealmente a Roma. Da oggi, 6 ottobre 2026, fino all’11 aprile 2027, il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospita una grande mostra dedicata all’artista che, partendo dalle strade e dalla metropolitana di New York, ha costruito uno dei linguaggi visivi più immediatamente riconoscibili del Novecento.

Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, l’esposizione riunisce oltre 140 opere e materiali, concessi eccezionalmente in prestito dalla Nakamura Keith Haring Collection, la più importante raccolta al mondo dedicata all’artista, insieme a prestiti provenienti da collezioni pubbliche e private.

Non soltanto dipinti e disegni. Stampe, poster, opere su carta, sculture e oggetti raccontano la capacità di Haring di attraversare materiali e linguaggi senza perdere mai l’immediatezza del proprio segno. Ci sono i celebri Subway Drawings, realizzati a gessetto sui pannelli pubblicitari vuoti della metropolitana newyorkese, i grandi pannelli dipinti nel 1984 lungo la FDR Drive di Manhattan e persino una motocicletta Yamaha, sulla quale Haring intervenne durante il suo soggiorno romano dello stesso anno. Ne emerge il ritratto di un artista che ha trasformato un repertorio apparentemente elementare di bambini radianti, cani, corpi danzanti, angeli, cuori, televisori, croci e piramidi in un vero alfabeto universale. Un linguaggio capace di parlare di libertà, sesso, razzismo, potere, AIDS, morte e spiritualità con la stessa forza con cui riusciva a catturare, in pochi secondi, lo sguardo di un pendolare in attesa della metropolitana.

Il percorso espositivo sceglie di cominciare dall’Italia, quasi seguendo a ritroso la costruzione del mito.

Haring arriva nel nostro Paese nel 1983. A Milano trasforma gli interni dello storico negozio Fiorucci con una lunga performance pittorica dal vivo; a Napoli tiene la sua prima personale italiana alla Galleria Lucio Amelio e realizza un’opera per Terrae Motus, il progetto nato dalla risposta del gallerista napoletano al terremoto che nel 1980 aveva devastato l’Irpinia e la Basilicata. Nel 1984 è a Roma per Arte di Frontiera: New York Graffiti, la mostra curata da Francesca Alinovi al Palazzo delle Esposizioni. Sulla scalinata esterna dell’edificio realizza un murale oggi perduto, portando nel cuore della Capitale quel modo spontaneo e irripetibile di concepire l’arte pubblica che era diventato la sua firma.

Cinque anni più tardi, a Pisa, nascerà invece Tuttomondo, dipinto sulla parete posteriore del convento di Sant’Antonio Abate: l’ultima grande opera pubblica permanente realizzata da Haring pochi mesi prima della morte.

Da questo rapporto con l’Italia la mostra torna quindi nel luogo in cui tutto era cominciato: la New York dei primi anni Ottanta.

È una città inquieta e vitale, attraversata dalla violenza, dalla droga e dal degrado ma, allo stesso tempo, laboratorio di hip-hop, street art, musica, danza e sperimentazione. Prima dei social network e della circolazione digitale delle immagini, le idee passano attraverso i muri, i club, i volantini, i dischi, la strada e soprattutto le persone. Haring appartiene profondamente a quel mondo.

Tra il 1980 e il 1985 Haring realizza oltre cinquemila disegni a gessetto nelle stazioni della metropolitana di New York. Individua i pannelli pubblicitari rimasti vuoti, ricoperti da fogli neri, e li trasforma nel proprio studio pubblico.

Il metodo è rapidissimo: viaggia sui treni, individua una superficie disponibile, scende e disegna prima di essere fermato dal personale della metropolitana o dalla polizia. Corpi intrecciati, bambini radianti, figure danzanti e cani cominciano così a comparire sotto gli occhi di migliaia di persone.

La metropolitana diventa uno spazio espositivo senza biglietto e senza soglie da attraversare. È qui che prende forma una delle convinzioni destinate ad accompagnarlo per tutta la vita: l’arte deve essere accessibile a tutti.

La stessa idea attraversa i pannelli che Haring dipinge a spray nell’autunno del 1984 lungo la FDR Drive, l’autostrada che costeggia l’East River a Manhattan. Il murale originario si estendeva per circa 91 metri ed era composto da trenta pannelli. Sette di quei pannelli vengono oggi riuniti in mostra, collocati a un’altezza simile a quella dalla quale automobilisti, ciclisti e passanti li vedevano oltre quarant’anni fa.

Figure danzanti, cani, corpi alati e forme radianti compongono una sorta di fregio in movimento: un’opera concepita non per essere contemplata lentamente ma per essere incontrata passando, quasi allo stesso ritmo della città.A poco a poco quelle figure nate nello spazio urbano si trasformano in un vocabolario riconosciuto in tutto il mondo.

La serie Icons, realizzata nel 1990, raccoglie alcune delle immagini più celebri di Haring: il Bambino Radiante, il Cane, l’Angelo, l’Uomo Alato e il Volto a Tre Occhi.Sono segni semplici soltanto in apparenza. Il Bambino Radiante concentra idee di innocenza, purezza e potenzialità; il cane può trasformarsi da presenza giocosa in immagine dell’autorità e dell’oppressione; l’angelo apre alla dimensione spirituale; l’uomo alato rimane volutamente sospeso tra significati differenti.

Haring non costruisce però un dizionario con equivalenze definitive. Lascia che le immagini cambino significato a seconda del contesto, continuando a ripeterle fino a renderle familiari come lettere di un alfabeto.

Ed è proprio quella semplicità a permettergli di affrontare questioni tutt’altro che semplici.

L’arte come presa di parola

La leggerezza grafica del segno non deve infatti trarre in inganno. Haring utilizza costantemente le proprie immagini per intervenire sui grandi conflitti del suo tempo.

Nella sezione dedicata all’impegno politico e sociale compaiono lavori come Free South Africa*, Crack Down! e *Safe Sex!: manifesti nei quali il disegno diventa una presa di posizione contro apartheid, razzismo, droga, guerra nucleare e AIDS.

Nel corso della sua vita Haring realizzerà più di cento poster, trovando nel manifesto uno dei mezzi più democratici per portare l’arte fuori dai luoghi tradizionalmente deputati a custodirla.Le immagini possono essere riprodotte, affisse nelle strade, mostrate durante una manifestazione, raggiungere studenti, attivisti e persone che forse non entreranno mai in una galleria.

Non è propaganda nel senso tradizionale del termine. Per Haring l’immagine deve comunicare, provocare una reazione, creare consapevolezza ma soprattutto mantenere una possibilità di libertà. «Il pubblico ha diritto all’arte. L’arte è per tutti», sosteneva.

Questa libertà passa anche attraverso il corpo.

La sezione “Radiant Eros – Celebrate Life” riunisce opere nelle quali sessualità, desiderio e intimità diventano parte di una più ampia celebrazione dell’esistenza. Tra queste le tavole Bad Boys e il monumentale Untitled del 1984, realizzate con pigmenti fluorescenti e presentate sotto luce nera.

Nell’America attraversata dalla crisi dell’AIDS e da un clima sociale sempre più conservatore, celebrare il corpo, l’amore e la libertà sessuale assume inevitabilmente anche un significato politico.

Le figure si toccano, si intrecciano e danzano. La paura della malattia e della morte non cancella il piacere di vivere: al contrario sembra renderlo ancora più urgente.

Nello stesso universo entra la musica.

Haring frequenta il Club 57 e il Paradise Garage, luoghi decisivi della scena underground newyorkese dove artisti, DJ, musicisti, ballerini e performer costruiscono una cultura fondata sulla contaminazione.

Al Paradise Garage, nel 1984, organizza il suo primo Party of Life, la festa di compleanno alla quale partecipa anche Madonna con una performance.

Haring realizza poster, scenografie e copertine discografiche e dipinge quasi sempre accompagnato dalla musica. Non sorprende, allora, che le sue linee sembrino avere un ritmo proprio: i corpi si muovono, vibrano, producono visivamente quello stesso battito che anima le piste da ballo e i club della downtown.

Con il passare degli anni il vocabolario dell’artista si apre sempre più a immagini simboliche e religiose.

Serpenti, croci, angeli e piramidi convivono con suggestioni provenienti dall’arte africana, precolombiana e azteca. Anche i soggiorni italiani hanno un peso: a Roma Haring incontra una stratificazione visiva fatta di iconografia cristiana, arte antica e mitologia classica.

Non ne ricava un sistema religioso definito. I simboli diventano piuttosto strumenti con cui interrogare nascita e morte, trasformazione, fede, conflitto e speranza.

Una tensione che diventa drammatica negli ultimi anni.

Nel 1988 nasce Apocalypse, realizzata insieme a William S. Burroughs. Haring risponde ai testi dello scrittore della Beat Generation attraverso immagini e collage che mescolano pubblicità, cultura popolare, storia dell’arte e immaginario cattolico.

È lo stesso anno in cui all’artista viene diagnosticata la sieropositività. Il confronto con il caos, la distruzione e la fine assume inevitabilmente una dimensione personale.

Ma è soprattutto Altarpiece: The Life of Christ, realizzata nel 1990, a rappresentare uno dei momenti emotivamente più intensi del percorso.Haring riprende la forma tradizionale della pala d’altare cristiana e la attraversa con il proprio linguaggio di figure radianti e linee nette. Completata poche settimane prima della morte, l’opera diventa una meditazione sulla sofferenza, sulla compassione, sulla fede e sulla trascendenza.

Una conclusione solo apparentemente lontana dall’artista che correva tra i treni di New York con un pezzo di gesso in mano. Perché al centro rimane la stessa necessità: trovare un’immagine capace di comunicare direttamente con gli altri.

La mostra si chiude così tornando al principio dal quale era partita tutta la ricerca di Haring.

Portare l’arte nelle metropolitane, negli ospedali, nelle scuole e nei parchi giochi; dipingere muri, vestiti, motociclette e oggetti abbandonati; creare opere monumentali ma anche immagini destinate a essere riprodotte migliaia di volte significava mettere continuamente in discussione il confine tra museo e strada, opera unica e cultura popolare, artista e pubblico.

A Palazzo Braschi quel linguaggio torna oggi a Roma circondato da secoli di storia. E forse proprio qui appare ancora più evidente quanto la forza di Haring non risieda soltanto nella riconoscibilità delle sue figure, diventate nel tempo icone globali, ma nella convinzione che le ha generate.

Che un’immagine possa essere immediata senza essere superficiale. Popolare senza rinunciare alla complessità. E che l’arte, prima ancora di appartenere ai musei, appartenga alle persone.

La mostra “Keith Haring” è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, coprodotta e organizzata da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura. Premium Partner Fineco, Mobility Partner ATAC, Partner Culturale Hotel de la Ville – Rocco Forte Hotels, Fashion Partner Rinascente e Radio Partner Dimensione Suono Roma.

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